L’immigrazione in Italia

16 04 2010

Dai dati statistici risulta chiaro che l’immigrazione è una dimensione strutturale della società italiana. Nel recente passato le cose non stavano per niente così e l’Italia era un paese di emigrati all’estero. Certo, la presenza all’estero è rimasta ma, nel frattempo, siamo diventati anche un grande paese d’immigrazione: difatti, i flussi in entrata stanno diventando più consistenti di quelli in uscita, in particolare dopo la seconda guerra mondiale, quando in centinaia di migliaia ogni anno si trasferivano all’estero. Con il termine “ immigrazione “ si definisce, appunto, ogni movimento migratorio internazionale, individuale o di massa, originato da motivi economici, di studio, lavoro e familiari o dall’intento di sfuggire da situazioni di persecuzione, conflitti, catastrofi naturali o eventi rivoluzionari. L’area d’emigrazione verso l’Italia è molto vasta ed è costituita da paesi appartenenti a tutti i continenti; tuttavia, le comunità più ampie provengono dai paesi limitrofi del nord-Africa e dell’Europa dell’est, e da alcuni paesi dell’area asiatica, soprattutto Filippine e Cina. Una prima osservazione riguarda la dimensione internazionale che caratterizza, proprio nell’attuale momento storico i processi e, di conseguenza, le politiche e le normative dell’immigrazione. Da più di un anno sentiamo parlare del “ pacchetto sicurezza “ che, con la sua insistenza, ha rafforzato il malinteso che sia fondato equiparare gli immigrati ai delinquenti. Sono oggi tanti in Italia coloro che, considerano lo straniero come una minaccia al loro lavoro, al loro reddito, ai loro costumi e abitudini, a prescindere quale sia il suo status migratorio, regolare o irregolare. Certamente un sentimento comprensibile ma a guardare i dati errato da tutti i punti di vista: 134 mld di euro l’anno, il 9,5% del PIL è il contributo degli immigrati alla nostra economia. Negli ultimi anni è stata notevole la difficoltà da parte dello Stato a stimare il numero degli immigrati, poiché si è sviluppato anche il fenomeno dell’immigrazione clandestina; in effetti, in mancanza di chiare leggi sull’argomento, probabilmente le frontiere non sono state sufficientemente controllate. Perciò, in una legge proposta dalla parte di estrema destra del governo Berlusconi, diventa reato venire in Italia illegalmente: s’introduce il reato di clandestinità che prevede una pena da 5.000 a 10.000 euro, con la possibilità d’immediata espulsione, se non il carcere fino a 4 anni per tutti coloro che nonostante la sentenza si ostinano a rimanere in Italia. La proposta ha destato proteste tra l’opposizione di centro-sinistra, organizzazioni per la difesa dei diritti umani, il Vaticano, l’ONU e i pm italiani preoccupati dei tribunali già sull’orlo del collasso per i troppi processi. Inoltre, tutte queste norme paiono non convincere fino in fondo il presidente della Camera Gianfranco Fini. La sua proposta è di provare a pensare in modo globale non solo a questioni connesse all’economia ma, anche, alla cultura politica e alla qualità del dibattito culturale. Ma chi è il clandestino? In generale, il grosso dell’immigrazione irregolare non arriva via mare, o nascosta in un camion ma, piuttosto, persone che arrivano, per esempio, con un visto turistico, valido fino a 3 mesi, che poi rimangono sul territorio, magari perché trovano un lavoro. Resta il fatto che tutti gli indicatori statistici sono concordi nel presentare il futuro dell’Italia come sempre più caratterizzato dall’immigrazione: un fenomeno sociale non di certo passeggero ma, al contrario, contrassegnato da caratteri di stabilità sempre più marcati. Non si tratta di un fenomeno eliminabile a piacere, anche perché non possiamo non capire che la presenza immigrata è funzionale allo sviluppo del Paese, essendo in un certo senso, una risorsa per il nostro malandato andamento demografico e alle carenze del mercato occupazionale. Dagli anni ’90 l’Italia sta registrando un andamento demografico negativo, in quanto il numero dei decessi supera quelli dei nuovi nati. Le previsioni dicono, infatti, che la popolazione italiana diminuirà nei prossimi anni, con un ritmo accentuato ma, fortunatamente questo impatto negativo sarà temperato dalla popolazione immigrata, che è più giovane e ha un tasso di natalità più elevato. I nuovi nati nel 2008 da stranieri sono 72.472, il 12,6% di nascite. Per di più, cacciare gli immigrati vorrebbe dire rendere vacanti migliaia di posti di lavoro che pochi italiani accettano di ricoprire e, di conseguenza, far fallire innumerevoli aziende. Come punto d’arrivo, in un mondo in cui la globalizzazione è considerata di vitale importanza, dovremmo imparare a conoscere le diversità, coglierne le occasioni ed integrarle nel nostro sistema, nel rispetto e nella salvaguardia del prossimo.





“ Guerra di Bande ” su Facebook

22 01 2010

 

   Una bufera mediatica che ha coinvolto tutti i tipi di supporti di diffusione a partire dalle tv, ai giornali, fino ai social network. Dopo l’aggressione subita dal Premier, Internet è diventato un covo di difensori e nemici di Silvio Berlusconi: non è passata nemmeno mezz’ora dal momento in cui il Presidente del Consiglio è stato colpito al volto, che già tutti i blogger e gli utenti dei social network, avevano proposto la propria visione dei fatti on – line. Per non parlare poi dei gruppi fans nati non appena si è venuti a conoscenza del nome dell’aggressore, massimo Tartaglia. In generale, si è scatenata una vera e propria battaglia di post con svariati commenti: sono nati anche gruppi di personaggi che non giudicano l’operato politico ma, l’attentato all’uomo. Addirittura, sull’onda dell’emozione generata dall’attentato a Berlusconi, alla ricerca di eventuali mandanti morali e materiali, si è formulata l’ipotesi che la mano dell’attentatore possa essere stata armata da qualche farneticante sito, o da qualche gruppo inneggiante alla violenza. Tra i siti più discussi abbiamo Facebook, che però, non è l’unico social network che sembra esser colpito dall’attentato: infatti, sono tantissime anche le informazioni e i giudizi personali divulgati su Twitter, che vedono gli altri utenti schierarsi contro l’atto definito “ terroristico” in se. Per capire meglio, tra i vari gruppi che impazzano sul siti, ecco alcune pagine pro – Tartaglia apparse su Facebook: “ Santo subito”, “ Massimo Tartaglia personaggio dell’anno”, “ Io sto dalla parte di Tartaglia”, “ E’ il giorno più bello della mia vita”. “ Lo Stato da parte di Tartaglia”. La posizione del social network sarebbe quella di permettere a chiunque non condividesse questa violenza gratuita, di dimostrarlo in maniera “ popolare “: però, l’altra faccia della medaglia vuole che, tantissimi gruppi sono stati creati, invece, per inneggiare l’attentatore.  Da qui, ovviamente, le proteste e, soprattutto, l’avvio del duro lavoro del team del social network per cercare di rispettare le opinioni altrui e  per evitare, in particolare, la diffusione gratuita di inni alla violenza sul prossimo. Difatti, tutti i gruppi che vedevano coinvolti messaggi di valore aggressivo, sono stati quasi tutti rimossi. Lo staff di Facebook, a tale proposito, ha tenuto a precisare che non si è trattato di un gesto che va contro la libertà di parola o di espressione, bensì di una moderazione di fatti e parole. Chiunque sia iscritto a Facebook è stato almeno una volta invitato a partecipare ad un gruppo che risulta personalmente fastidioso, se non odioso; è nell’ordine delle cose di una società eterogenea: le espressioni altrui, anche quando non configurano un reato, possono risultare sgradite, ma questo è forse il prezzo della libertà di espressione. A tal proposito, il proliferare su Facebook di gruppi inneggianti all’aggressore del Premier, ha indotto il ministro Maroni a proporre un varo di norme per limitare la libertà di espressione sul web. Giusto o sbagliato, rimane comunque il fatto che atti di violenza devono, sempre, essere condannati. Ci si chiede a questo punto, se c’è un rimedio per impedire che la libertà in internet degeneri in licenza. 





La recessione economica: colpa delle banche e dei nostri difetti.

3 01 2010

E’ tanto tempo ormai che sentiamo parlare di questo evento drammatico che colpisce tutto e tutti: non si tratta di un semplice rallentamento economico, si può addirittura considerare come un evento che cambierà radicalmente le regole e la struttura del mercato mondiale. Il Fondo Monetario ritiene che le recessioni dovute a “shoc” petroliferi sono molto costose in termini di caduta dell’attività economica, ma di breve durata, mentre, le recessioni dovute a crisi finanziarie, sono ugualmente pesanti, ma sicuramente più lunghe Nei paesi anglosassoni questa difficile crisi viene definita con il termine “Grande Recessione”, parafrasando la “Grande Depressione” del 1929. Se si vuole anche dare una definizione alla recessione economica che stiamo vivendo, possiamo dire che è una condizione macroeconomica, caratterizzata da livelli di attività produttiva più bassi di quelli che si potrebbero ottenere usando completamente, ed in maniera efficiente, tutti i fattori produttivi a disposizione. I sintomi di questa crisi sono facili da identificare: bilanci sempre meno “bilanciati”, beni in costante perdita di valori, debito pubblico in crescita esponenziale, servizi pubblici bloccati, incapacità crescente di fronteggiare impegni finanziari di ogni tipo, moltiplicazione dei fallimenti aziendali, perdita di fiducia nel denaro costante. Un mercato super efficiente come il mercato finanziario, se non produce prezzi che segnalano e danno la misura dell’entità delle tensioni in campo, presenti e future, è un mercato che non funziona. Per quanto riguarda il sistema monetario globale, la situazione è molto simile; circa il 70% degli scambi di moneta hanno luogo in tre centri finanziari: Londra, New York, Tokio. Tutti e tre appartengono alla sfera d’influenza del dollaro e hanno leader strettamente legati a Washington, il che assicura che l’interpretazione degli eventi e dei movimenti monetari resti la stessa. Per di più, il crollo dell’economia inglese e del suo centro finanziario minaccia il ruolo di Londra. Così, si attua la caduta dei centri nevralgici del sistema finanziario e monetario; difatti, il sistema che è attualmente crollato, è basato sul potere di un insieme di nodi strategici, attentamente controllati dalle potenze preminenti ( in primis, naturalmente, gli USA ). Questi nodi strategici che crollano, sono Wall Street, la City di Londra, il centro finanziario di Tokio, così come i centri secondari di Hong Kong, Singapore e Dubai.Sappiamo che sono americane o inglesi otto banche delle dieci più grandi per scambio di valute, che sono scomparse dal panorama economico, come Lehman Brothers, o che sono ad un passo dalla bancarotta o dalla nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank o Scotland. Si è creata così una distorsione competitiva aggiunta contro il mercato, senza favorire lo sviluppo delle forze del mercato stesso. Sorgono di conseguenza diversi punti di vista a proposito dell’origine di questa crisi; per esempio, secondo la visione che spontaneamente proviene dall’opinione pubblica, e che molti mezzi d’informazione hanno sostenuto e alimentato, probabilmente, la genesi della crisi, ha a che fare con l’avidità dei finanzieri, ma anche a causa di un’economia basata sul debito e, soprattutto, sull’assenza di regole. Secondo, invece, altre interpretazioni, la genesi è dovuta a un eccesso straordinario di liquidità creatosi dopo l’11 settembre, con il fatto che negli USA si tendeva a favorire l’indebitamento delle famiglie a scopo anticiclico o addirittura sociale. Ovviamente, la somma di grande liquidità a basso rischio, ha prodotto una riduzione dei tassi d’interesse e un’abbondanza di credito in tutto il mondo. Però, i bassi tassi d’interesse hanno messo in condizione le banche di non guadagnare abbastanza per capitale impiegato e generando, perciò, nelle banche la tendenza a vendere i propri rischi di credito e a comprare i rischi di credito altrui, attraverso strumenti derivati o altro, comunque credito trasformato in titoli. L’utilizzo degli strumenti di finanza sofisticata è stato un comportamento certamente razionale da parte di ogni singolo banchiere, e ognuno aveva il dovere di utilizzarlo perché era un modo legittimo, nell’era dei bassi tassi d’interesse, per produrre reddito per le proprie banche a parità di capitale. L’effetto sistematico si è rivelato devastante quando si è capito che il mercato non dava i segnali giusti sui rischi di credito: il mercato, fino a quel momento, non avevano mai segnalato l’eccesso di credito. Ma, nel momento in cui un americano di troppo ha deciso di non rimborsare il suo mutuo, o di rimborsare i prestiti meno di quanto previsto, avviene la catastrofe: tutti i portafogli di credito hanno visto ridotto il loro valore, compromettendo il poco capitale delle banche che in essi avevano investito.. In Europa, sappiamo comunque che la recessione è cominciata nel secondo trimestre 2008 e tra gennaio e marzo 2009 dovrebbe aver toccato il punto più basso. In conclusione, per quanto il passato non possa spiegare automaticamente il futuro, penso che bisognerebbe tenerne comunque conto.





L’era della globalizzazione:strategie di comunicazione

27 11 2009

Dopo il crollo dei trasporti, con l’avvento del XX sec, si afferma una nuova era, quella della comunicazione. Passando dall’invenzione del telegrafo, dei cavi sottomarini, della radio, della televisione, a Internet: il mondo digitale. In questo scenario si fa strada un fenomeno che riguarda la progressiva apertura dei mercati nazionali all’estero, la globalizzazione. Si da, così origine ad un mercato globale che varca i confini nazionali e che condiziona fortemente con il suo andamento le singole economie nazionali. L’industrializzazione ha imposto l’apertura degli scambi, dando inevitabilmente avvio alla mobilità territoriale di persone e tecnologie. La produzione industriale richiede quotidianamente che la popolazione spenda, acquisti e consumi i prodotti, quindi non c’è solo la globalizzazione della finanza, quella dell’informazione e della comunicazione, ma parliamo anche, e soprattutto, di globalizzazione dei consumi. Il vero valore aggiunto non è più nei prodotti ma appunto nei marchi: oggi è questa la strategia delle multinazionali, le quali, ovviamente, hanno dedicato gran parte delle loro risorse economiche e d’impresa alla loro promozione. La strategia, comunque, non si limita a pubblicizzare il nome e il simbolo grafico del marchio negli spot o nei cartelloni: la globalizzazione dei marchi di largo consumo è stato un fenomeno sociologicamente importante, perché si sono sviluppati trovando delle congiunzioni tra il bisogno dei consumatori, il prodotto e la pubblicità dei 5 continenti. Il fine ultimo, cioè il vero obiettivo finale, è senz’altro quello di legare al marchio un mondo di valori e cultura. Per eliminare la concorrenza, le multinazionali hanno, inoltre, dato il via alla cosiddetta “ guerra dei prezzi”. Questa, può essere considerata un’altra sorta di strategia: in USA, per es. la battaglia è stata innescata dall’entrata nel mercato del colosso americano Wall Mart, il più grande rivenditore al dettaglio del mondo che applica prezzi bassissimi. E’ tra le prime multinazionali per fatturato, ma anche la prima per numero di dipendenti; eppure il loro salario medio è solo di 13.861$ l’anno. Altra strategia delle multinazionali è quella della saturazione di punti vendita: “grappoli” di negozi che vanno a riempire le aree dell’intera città (es. Mac Donald). Per non parlare anche della costruzione dei cosiddetti megastore, attraverso i quali si vuole dare una sorta di “destinazione” da raggiungere; offrire così una possibilità di svago oltre che di acquisto. Si fa fronte ad un approvvigionamento di servizi da fonte esterna, OUTSORCING. La competizione globale implica che le fasi produttive si spostino lì dove è possibile realizzarle in modo più conveniente: una vera e propria esportazione del lavoro. Tutto questo non può che destare giustificate preoccupazioni nel ceto medio, in quanto, si nota la sempre più crescente disparità nei redditi e nelle retribuzioni per la perdita di posti di lavoro, non solo nell’industria, ma anche nei servizi. Dall’altro canto un dato inequivocabile dimostra che nel 2007 il commercio globale è cresciuto del +8,9%, ciò dimostra che ci sono stati certamente dei vantaggi. (Ad es. i sudcoreani, il cui reddito era pari al 12% di quello USA nel 1965, è ora al 50%; i paesi emergenti producono più del 50% del Pil mondiale, addirittura dal 2000 ad oggi il tasso di crescita dell’economia mondiale è stato del 3,2% l’anno).





Gomorra: merci e denaro nel business del sommerso.

27 11 2009

Nel racconto di Saviano le quantità e le qualità dell’economia camorrista, si affollano con efficacia soprattutto grazie alla consultazione intensiva delle indagini giudiziarie, che dagli anni ’80, hanno inseguito la crescita a grappolo dei clan intorno agli affari di droga e cemento, armi e rifiuti tossici, estorsioni, usura, investimenti immobiliari, mercantili e finanziari, in Italia e all’estero. Questi poteri territoriali, una volta radicati, si dimostrano capaci di riprodursi, adattandosi a nuovi contesti senza perdere per questo le loro caratteristiche antiche e fondanti. In Gomorra è evidente la compenetrazione tra clan ed economia: sono descritti dettagliatamente i luoghi del business, a partire dal porto di Napoli, emanazione dei traffici cinesi in Europa, Mondragone, Casal di Principe. Un impero economico che muove miliardi di euro, come una finanziaria di uno stato. Esemplare è il caso di Pasquale, sarto esperto di capi di lusso, che si vende ai cinesi insegnando loro taglio e cucito, giacché essi pagano bene ed intendono lanciarsi nel mercato occidentale. Si salverà quasi per miracolo dall’inesorabile vendetta trasversale e dovrà tornare nei ranghi: non c’è posto per altri soggetti economici nel mercato di Scampia. Il “ Sistema” avanza perché offre la prospettiva di un guadagno facile e consistente, facendo il “polo” appunto a Scampia, al Rione Don Guanella o al Monterosa, o trasportando le merci, su e giù per l’Italia (anche oltre i confini). Sono luoghi dove la disoccupazione è tale che i corrieri della droga vengono pagati regalando loro la moto che usano per fare una decina di viaggi Napoli – Roma, trasportando cocaina. Il sistema si alimenta, quindi, con manodopera a prezzo bassissimo che trasporta bene illegale con profitto più alto. Il mercato globale della droga, in particolare, nutre di una domanda sempre più crescente, e vive da qualche tempo una fase di espansione. Un fenomeno che ha anche un impatto geopolitico senza precedenti. L’ultima avventura finanziaria è nel campo dei rifiuti. Centinaia d’imprese appaltano il lavoro di smaltimento dei residui tossici ai clan; il costo di mercato impone per lo smaltimento prezzi tra 21 e 62 centesimi al chilo, mentre la camorra fornisce lo stesso servizio per soli 9 centesimi al chilo. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra: si apre e si chiude nel segno delle merci e del loro ciclo di vita. Gomorra è innanzitutto un cambiamento radicale di un punto di vista, un rovesciamento di luoghi comuni; soprattutto fa notare che Cosa Nostra, in particolare i Corleonesi, non sono il gruppo dominante che regna sulle altre organizzazioni, né tantomeno il più ricco. Esistono altre dimensioni criminali, con altri sistemi, altre mentalità, altri criteri che hanno approfittato dell’attenzione concessa a Cosa Nostra per crescere a dismisura, pressoché indisturbate.





Dopo 20 anni di muro

27 11 2009

 

 

Nessuno ha intenzione di costruire un muro “.

( 15 giugno 1961, Walter Ulbricht, capo di Stato delle DDR ).

 

Dopo la seconda guerra mondiale, milioni di persone fuggirono dalla Germania orientale per entrare nella Germania occidentale; dal 1945 al 1961, due milioni e mezzo di tedeschi dell’Est passarono ad Ovest: la Germania orientale si trovò così a corto di operai e  professionisti. Le autorità fecero passare la decisione di costruire un muro, in quanto, non si temeva solo di perdere lavoratori ma, soprattutto, si temeva che passassero migliaia di spie nemiche. Si sostenne che si trattava di un “muro di protezione antifascista”, inteso a evitare un’aggressione dall’Ovest. I dirigenti delle DDR, dimostravano così con questo gesto contemporaneamente la loro forza e la loro impotenza: la forza di riuscire a dividere una città e un intero Paese, e l’impotenza nell’affrontare la brama di libertà di coloro che volevano svincolarsi dal sistema socialista. La frontiera tra Est e Ovest tagliava, esattamente in mezzo, il ponte d’acciaio a cavallo della ferrovia: Est era considerata la zona comunista, Ovest quella capitalista, dove anche le facciate delle case avevano colori più accesi, più freschi, di quelli della Berlino Est, dove i muri erano, invece, grigi e ancora graffiati dai proiettili della Seconda guerra mondiale. In seguito ai trattati internazionali, infatti, si era arrivati a quella che veniva chiamata la Cortina di Ferro, ovvero  la linea di separazione tra gli stati aderenti al Patto NATO ( alleati con gli USA), e quelli aderenti al Patto di Varsavia ( alleati con la Russia). Tuttavia, in una notte storica e indimenticabile, il 9 novembre 1989, crolla in poche ore il Muro di Berlino: nel mare dell’Europa, simbolo della contrapposizione del mondo in due blocchi; il 1989 costituisce una pietra miliare nella storia della Germania e di tutta l’Europa. Nell’autunno di quell’anno, in alcune città dell’ex Germania Est (Dresda, Lipsia, Plauen, Berlino Est) si susseguirono manifestazioni di protesta contro il regime, fatti storici che andarono sotto il nome di “ rivoluzione pacifica”. Di quei tragici anni, i dati ufficiali parlano di più di un centinaio di persone uccise nel tentativo di superarlo per fuggire dalla parte Est, sotto l’influenza sovietica, verso quella Ovest: eretto nel 1961 rimane in piedi ben 28 anni; 5.000 sono state le fughe riuscite, 127 i morti nei tentativi di fuga, 5.112 i feriti catturati; vengono impiegati 100.000 agenti e 300.000 informatori, oltre 100 miliardi di Euro per il costo dell’ intero apparato. Dopo la caduta di quella barriera di cemento, nulla è stato come prima: un’ondata rivoluzionaria ha sommerso l’Europa centrale e orientale, spazzando via in pochi mesi tutti i regimi socialisti. Il crollo di quel muro significò per tutti la fine di un periodo d’incertezza per il futuro, che derivava dalle preoccupazioni dello scatenarsi di una nuova Guerra Mondiale. Probabilmente l’emozione più forte è stata la mattina del 10 novembre, quando l’Europa apprese che nella notte quel muro aveva cessato di essere una barriera invalicabile.  Proprio in questi giorni ricorre l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, la fine della guerra fredda; sono in programma molte manifestazioni, le quali sono state certamente nelle ultime settimane l’evento mediatico più diffuso tra i programmi televisivi e gli editoriali europei ed internazionali. In Germania, in particolare, l’anno 2009 vedrà una serie di eventi per commemorare la caduta del muro: ci sarà una mostra open-air presso l’Alexanderplatz di Berlino, tra il 7 e il 9 novembre prossimo anno, oltre ad un certo numero di musei dedicati al muro del terrore. Sul luogo di nascita della caduta del muro, Leipzig, si organizzeranno una serie di celebrazioni, che vedranno gli ex tedeschi orientali ed occidentali ballare insieme sul sito del muro, che era stato utilizzato per tenerli separati. I festeggiamenti culmineranno nella grande festa, prevista il 9 novembre presso la Porta di Brandeburgo, con concerti, fuochi d’artificio e la messa in scena simbolica della caduta del muro. Non solo in Germania, anche in Italia sono nate  tantissime  iniziative, in tutte le maggiori città: nella capitale, per esempio, è stata organizzata una grande manifestazione per  celebrare quest’ importante evento storico, Venti di libertà 1989-2009.Roma celebra la caduta del Muro di Berlino. Torino ha organizzato una mostra fotografica, allestendo una mostra alla biblioteca Shaharazade dal 9 novembre al 6 dicembre dal titolo “Il Muro protezione o privazione” : racconta la visione che differenti artisti, fotografi e dilettanti, italiani ed internazionali, hanno del muro; ma sono stati organizzati eventi anche a Milano, Genova, Firenze, e in altre città ancora. Nel corso del 2009 è stata realizzata persino un’iniziativa per ricordare gli eventi passati del 1989, grazie ad una pubblicazione in inglese edita dall’Ente Nazionale Germanico per il Turismo e intitolata: “ Welcome to the country without borders”.  





Acrostico Paola

21 11 2009

Per

Andare

Oltre

Le

Aspettative





Hello world!

5 11 2009

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