Dopo il crollo dei trasporti, con l’avvento del XX sec, si afferma una nuova era, quella della comunicazione. Passando dall’invenzione del telegrafo, dei cavi sottomarini, della radio, della televisione, a Internet: il mondo digitale. In questo scenario si fa strada un fenomeno che riguarda la progressiva apertura dei mercati nazionali all’estero, la globalizzazione. Si da, così origine ad un mercato globale che varca i confini nazionali e che condiziona fortemente con il suo andamento le singole economie nazionali. L’industrializzazione ha imposto l’apertura degli scambi, dando inevitabilmente avvio alla mobilità territoriale di persone e tecnologie. La produzione industriale richiede quotidianamente che la popolazione spenda, acquisti e consumi i prodotti, quindi non c’è solo la globalizzazione della finanza, quella dell’informazione e della comunicazione, ma parliamo anche, e soprattutto, di globalizzazione dei consumi. Il vero valore aggiunto non è più nei prodotti ma appunto nei marchi: oggi è questa la strategia delle multinazionali, le quali, ovviamente, hanno dedicato gran parte delle loro risorse economiche e d’impresa alla loro promozione. La strategia, comunque, non si limita a pubblicizzare il nome e il simbolo grafico del marchio negli spot o nei cartelloni: la globalizzazione dei marchi di largo consumo è stato un fenomeno sociologicamente importante, perché si sono sviluppati trovando delle congiunzioni tra il bisogno dei consumatori, il prodotto e la pubblicità dei 5 continenti. Il fine ultimo, cioè il vero obiettivo finale, è senz’altro quello di legare al marchio un mondo di valori e cultura. Per eliminare la concorrenza, le multinazionali hanno, inoltre, dato il via alla cosiddetta “ guerra dei prezzi”. Questa, può essere considerata un’altra sorta di strategia: in USA, per es. la battaglia è stata innescata dall’entrata nel mercato del colosso americano Wall Mart, il più grande rivenditore al dettaglio del mondo che applica prezzi bassissimi. E’ tra le prime multinazionali per fatturato, ma anche la prima per numero di dipendenti; eppure il loro salario medio è solo di 13.861$ l’anno.
Altra strategia delle multinazionali è quella della saturazione di punti vendita: “grappoli” di negozi che vanno a riempire le aree dell’intera città (es. Mac Donald). Per non parlare anche della costruzione dei cosiddetti megastore, attraverso i quali si vuole dare una sorta di “destinazione” da raggiungere; offrire così una possibilità di svago oltre che di acquisto. Si fa fronte ad un approvvigionamento di servizi da fonte esterna, OUTSORCING. La competizione globale implica che le fasi produttive si spostino lì dove è possibile realizzarle in modo più conveniente: una vera e propria esportazione del lavoro. Tutto questo non può che destare giustificate preoccupazioni nel ceto medio, in quanto, si nota la sempre più crescente disparità nei redditi e nelle retribuzioni per la perdita di posti di lavoro, non solo nell’industria, ma anche nei servizi. Dall’altro canto un dato inequivocabile dimostra che nel 2007 il commercio globale è cresciuto del +8,9%, ciò dimostra che ci sono stati certamente dei vantaggi. (Ad es. i sudcoreani, il cui reddito era pari al 12% di quello USA nel 1965, è ora al 50%; i paesi emergenti producono più del 50% del Pil mondiale, addirittura dal 2000 ad oggi il tasso di crescita dell’economia mondiale è stato del 3,2% l’anno).
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