“ Guerra di Bande ” su Facebook

22 01 2010

 

   Una bufera mediatica che ha coinvolto tutti i tipi di supporti di diffusione a partire dalle tv, ai giornali, fino ai social network. Dopo l’aggressione subita dal Premier, Internet è diventato un covo di difensori e nemici di Silvio Berlusconi: non è passata nemmeno mezz’ora dal momento in cui il Presidente del Consiglio è stato colpito al volto, che già tutti i blogger e gli utenti dei social network, avevano proposto la propria visione dei fatti on – line. Per non parlare poi dei gruppi fans nati non appena si è venuti a conoscenza del nome dell’aggressore, massimo Tartaglia. In generale, si è scatenata una vera e propria battaglia di post con svariati commenti: sono nati anche gruppi di personaggi che non giudicano l’operato politico ma, l’attentato all’uomo. Addirittura, sull’onda dell’emozione generata dall’attentato a Berlusconi, alla ricerca di eventuali mandanti morali e materiali, si è formulata l’ipotesi che la mano dell’attentatore possa essere stata armata da qualche farneticante sito, o da qualche gruppo inneggiante alla violenza. Tra i siti più discussi abbiamo Facebook, che però, non è l’unico social network che sembra esser colpito dall’attentato: infatti, sono tantissime anche le informazioni e i giudizi personali divulgati su Twitter, che vedono gli altri utenti schierarsi contro l’atto definito “ terroristico” in se. Per capire meglio, tra i vari gruppi che impazzano sul siti, ecco alcune pagine pro – Tartaglia apparse su Facebook: “ Santo subito”, “ Massimo Tartaglia personaggio dell’anno”, “ Io sto dalla parte di Tartaglia”, “ E’ il giorno più bello della mia vita”. “ Lo Stato da parte di Tartaglia”. La posizione del social network sarebbe quella di permettere a chiunque non condividesse questa violenza gratuita, di dimostrarlo in maniera “ popolare “: però, l’altra faccia della medaglia vuole che, tantissimi gruppi sono stati creati, invece, per inneggiare l’attentatore.  Da qui, ovviamente, le proteste e, soprattutto, l’avvio del duro lavoro del team del social network per cercare di rispettare le opinioni altrui e  per evitare, in particolare, la diffusione gratuita di inni alla violenza sul prossimo. Difatti, tutti i gruppi che vedevano coinvolti messaggi di valore aggressivo, sono stati quasi tutti rimossi. Lo staff di Facebook, a tale proposito, ha tenuto a precisare che non si è trattato di un gesto che va contro la libertà di parola o di espressione, bensì di una moderazione di fatti e parole. Chiunque sia iscritto a Facebook è stato almeno una volta invitato a partecipare ad un gruppo che risulta personalmente fastidioso, se non odioso; è nell’ordine delle cose di una società eterogenea: le espressioni altrui, anche quando non configurano un reato, possono risultare sgradite, ma questo è forse il prezzo della libertà di espressione. A tal proposito, il proliferare su Facebook di gruppi inneggianti all’aggressore del Premier, ha indotto il ministro Maroni a proporre un varo di norme per limitare la libertà di espressione sul web. Giusto o sbagliato, rimane comunque il fatto che atti di violenza devono, sempre, essere condannati. Ci si chiede a questo punto, se c’è un rimedio per impedire che la libertà in internet degeneri in licenza. 





La recessione economica: colpa delle banche e dei nostri difetti.

3 01 2010

E’ tanto tempo ormai che sentiamo parlare di questo evento drammatico che colpisce tutto e tutti: non si tratta di un semplice rallentamento economico, si può addirittura considerare come un evento che cambierà radicalmente le regole e la struttura del mercato mondiale. Il Fondo Monetario ritiene che le recessioni dovute a “shoc” petroliferi sono molto costose in termini di caduta dell’attività economica, ma di breve durata, mentre, le recessioni dovute a crisi finanziarie, sono ugualmente pesanti, ma sicuramente più lunghe Nei paesi anglosassoni questa difficile crisi viene definita con il termine “Grande Recessione”, parafrasando la “Grande Depressione” del 1929. Se si vuole anche dare una definizione alla recessione economica che stiamo vivendo, possiamo dire che è una condizione macroeconomica, caratterizzata da livelli di attività produttiva più bassi di quelli che si potrebbero ottenere usando completamente, ed in maniera efficiente, tutti i fattori produttivi a disposizione. I sintomi di questa crisi sono facili da identificare: bilanci sempre meno “bilanciati”, beni in costante perdita di valori, debito pubblico in crescita esponenziale, servizi pubblici bloccati, incapacità crescente di fronteggiare impegni finanziari di ogni tipo, moltiplicazione dei fallimenti aziendali, perdita di fiducia nel denaro costante. Un mercato super efficiente come il mercato finanziario, se non produce prezzi che segnalano e danno la misura dell’entità delle tensioni in campo, presenti e future, è un mercato che non funziona. Per quanto riguarda il sistema monetario globale, la situazione è molto simile; circa il 70% degli scambi di moneta hanno luogo in tre centri finanziari: Londra, New York, Tokio. Tutti e tre appartengono alla sfera d’influenza del dollaro e hanno leader strettamente legati a Washington, il che assicura che l’interpretazione degli eventi e dei movimenti monetari resti la stessa. Per di più, il crollo dell’economia inglese e del suo centro finanziario minaccia il ruolo di Londra. Così, si attua la caduta dei centri nevralgici del sistema finanziario e monetario; difatti, il sistema che è attualmente crollato, è basato sul potere di un insieme di nodi strategici, attentamente controllati dalle potenze preminenti ( in primis, naturalmente, gli USA ). Questi nodi strategici che crollano, sono Wall Street, la City di Londra, il centro finanziario di Tokio, così come i centri secondari di Hong Kong, Singapore e Dubai.Sappiamo che sono americane o inglesi otto banche delle dieci più grandi per scambio di valute, che sono scomparse dal panorama economico, come Lehman Brothers, o che sono ad un passo dalla bancarotta o dalla nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank o Scotland. Si è creata così una distorsione competitiva aggiunta contro il mercato, senza favorire lo sviluppo delle forze del mercato stesso. Sorgono di conseguenza diversi punti di vista a proposito dell’origine di questa crisi; per esempio, secondo la visione che spontaneamente proviene dall’opinione pubblica, e che molti mezzi d’informazione hanno sostenuto e alimentato, probabilmente, la genesi della crisi, ha a che fare con l’avidità dei finanzieri, ma anche a causa di un’economia basata sul debito e, soprattutto, sull’assenza di regole. Secondo, invece, altre interpretazioni, la genesi è dovuta a un eccesso straordinario di liquidità creatosi dopo l’11 settembre, con il fatto che negli USA si tendeva a favorire l’indebitamento delle famiglie a scopo anticiclico o addirittura sociale. Ovviamente, la somma di grande liquidità a basso rischio, ha prodotto una riduzione dei tassi d’interesse e un’abbondanza di credito in tutto il mondo. Però, i bassi tassi d’interesse hanno messo in condizione le banche di non guadagnare abbastanza per capitale impiegato e generando, perciò, nelle banche la tendenza a vendere i propri rischi di credito e a comprare i rischi di credito altrui, attraverso strumenti derivati o altro, comunque credito trasformato in titoli. L’utilizzo degli strumenti di finanza sofisticata è stato un comportamento certamente razionale da parte di ogni singolo banchiere, e ognuno aveva il dovere di utilizzarlo perché era un modo legittimo, nell’era dei bassi tassi d’interesse, per produrre reddito per le proprie banche a parità di capitale. L’effetto sistematico si è rivelato devastante quando si è capito che il mercato non dava i segnali giusti sui rischi di credito: il mercato, fino a quel momento, non avevano mai segnalato l’eccesso di credito. Ma, nel momento in cui un americano di troppo ha deciso di non rimborsare il suo mutuo, o di rimborsare i prestiti meno di quanto previsto, avviene la catastrofe: tutti i portafogli di credito hanno visto ridotto il loro valore, compromettendo il poco capitale delle banche che in essi avevano investito.. In Europa, sappiamo comunque che la recessione è cominciata nel secondo trimestre 2008 e tra gennaio e marzo 2009 dovrebbe aver toccato il punto più basso. In conclusione, per quanto il passato non possa spiegare automaticamente il futuro, penso che bisognerebbe tenerne comunque conto.








Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.